Politica interna (MYANMAR)
Le ultime elezioni, svoltesi l’8 novembre 2020, hanno confermato la forte fiducia del popolo birmano per la leader Aung San Suu Kyi (figlia del padre della patria, Gen. Aung San, che era stato l’eroe della guerra d’indipendenza contro gli inglesi). Il partito guidato da Aung San Suu Kyi (la National League of Democracy, NLD, al potere dall’aprile 2016 dopo le elezioni del novembre 2015) ha ottenuto l’83,2% dei voti e potrà quindi, nel marzo-aprile 2021, costituire un proprio Governo e nominare il Presidente ed uno dei due Vice Presidenti, nonostante la riserva – prevista dalla Costituzione del 2008 voluta dai militari prima di avviare la transizione democratica – del 25% dei seggi parlamentari in capo ad appartenenti alle forze armate da esse stesse designati.
Se già nel 2015 ASSK era riuscita ad ottenere una maggioranza schiacciante, ella adesso ha visto aumentare i consensi ricevuti di un altro 1,5%, mentre il maggiore partito di opposizione (l’USDP affiliato ai militari) ha ricevuto un’umiliante sconfitta. Malgrado si siano svolte in piena pandemia, l’affluenza alle urne è stata pari al 71%.
Il paese resta quindi avviato verso un importante cammino di riforme democratiche, anche se la velocità della transizione rimane fortemente condizionata dalla riserva parlamentare sopra citata in favore dei militari. Questi ultimi nominano – senza consultazione con la componente “civile” dell’Esecutivo – i tre Ministri dei Confini, della Sicurezza Interna e della Difesa. L’accordo dei militari è essenziale per modificare la Costituzione (che richiede una maggiornaza del 75% +1).
La crisi del Rakhine e i procedimenti in corso all’Aja per valutare la sussistenza del crimine di genocidio (contro i Rohingya) hanno reso ancor più complicati i rapporti tra le due “anime” (civile e militare) del Governno birmano. Alla problematica dei Rohingya si è ora aggiunto il conflitto tra il Tatmadaw (l’esercito birmano) e l’Arakan Army (di confessione buddista), che ricalca l’antica rivalità tra il Regno di Burma e l’altrettanto ricco e importante “Regno Arakan” (annesso dai birmani qualche decennio prima che l’espansione coloniale britannica sull’intero territorio dell’odierno Myanmar ponesse fine, solo apparentemente, a tutti i dissapori interni esistenti tra le varie etnie).
E’ comunque presumibile che il secondo ed ancor più ampio mandato ricevuto dalla “Lady” permetta a quest’ultima di riprendere con rinnovato slancio questo processo, insieme con quello parallelo di riconciliazione nazionale con i tanti gruppi etnici che compongono il paese (135 quelli riconosciuti dalla Costituzione). L’Unione del Myanmar si compone di 7 Stati (a predominanza etnica diversa da quella del gruppo dominante, Bamar) e 7 Regioni (in cui i Bamar costituiscono invece l’etnia più numerosa).
Già il 15 ottobre 2015 era stato concluso - dal Governo precedente, retto dal Generale e Presidente Thein Sein - un Accordo Nazionale di Cessate il Fuoco (NCA la sigla in inglese) a cui avevano aderito 8 dei principali gruppi etnici armati coinvolti in conflitti scoppiati in molti casi all’indomani dell’independenza. A tali Gruppi se ne sono uniti altri due durante il primo Governo Aung San Suu Kyi. I firmatari dell’NCA sono cosí diventati 10, a fronte di altri 8 non firmatari.
La IV “Union Peace Conference del XXI secolo”, che ha avuto luogo nell’agosto 2020, ha messo a punto uno schema condiviso di principi e obiettivi per guidare le trattative di pace anche nel prossimo quinquennio.
E’ positivo che, pochi giorni dopo le consultazioni del 2020, l’NLD abbia invitato tutti i 48 partiti etnici che vi avevano preso parte (anche se solo 17 di essi hanno ottenuto seggi nel Parlamento dell’Unione o in quelli dei singoli Stati) a collaborare col Governo centrale affinché venga costituita nel paese un’Unione autenticamente federale.
Buddisti 87,9%, cristiani 6,2% musulmani 4,3%, induisti 0,5%, altro 1,1%